giovedì 15 agosto 2013

IL VOTO DEI CATTOLICI

Oggi sui media sta girando un’analisi scritta dal vaticanista Aldo Maria Valli intorno all’oggetto. Mi pare utile portare un piccolo contributo per migliorare la comprensione degli eventi che stiamo vivendo.
Anzitutto, e per fortuna nostra, don Sciortino direttore di Famiglia Cristiana, che scrive anatemi contro Berlusconi e i cattolici che lo votano, ha un seguito sempre minore, proprio tra i cattolici, che come categoria politica sono scomparsi dall’agone politico qualche decennio fa, proprio a seguito del Concilio Vaticano 2°, i cui proclami sono stati interpretati come “un sciogliete le righe” generalizzato. All’epoca era di moda essere contro la dottrina della Chiesa cattolica, contro le gerarchie della stessa, per la libertà di tutto e su tutto. Lì è cominciato il declino, con lo svuotamento dei seminari diocesani e la fuga dal celibato di migliaia di consacrati.
Il gregge si è disperso dove ha trovato ovili accoglienti.
Ricordo con sgomento come un direttore dell’Avvenire, certo Raniero La Valle, fondò addirittura un movimento politico dentro al “glorioso” Partito Comunista Italiano, dal nome quanto mai suggestivo: Cattolici per il Comunismo.
Oggi stiamo vivendo le conseguenze di quelle interpretazioni fantasiose dei deliberati del Concilio. La Fede non si è fatta cultura di massa, anzi è stata in gran parte ostacolata anche dalle gerarchie. Per fortuna, nostra, lo Spirito soffia dove vuole e così si sono formati i vari Movimenti Ecclesiali, che hanno cominciato a raccogliere i credenti e a portarli in un alveo di Fede vissuta. È vero, hanno dovuto soffrire non poco grazie agli ostacoli di certe gerarchie, altri che si stanno formando seguiranno la stessa sorte, ma alla fine Cristo e i suoi fedeli seguaci trionferanno. Saremo sempre e comunque un piccolo gregge.
Ma, ritornando al tema principale sul voto politico dei cattolici, quali sono le aspettative degli “illuminati” che lavorano contro il voto dei cattolici al partito di Berlusconi? Quali sono le proposte alternative che mettono in campo? 
Ormai i cattolici che frequentano le liturgie sono ridotti a meno del 10% della popolazione, questo è un dato certo. Quale massa critica possono rappresentare? E questo 10% vota di tutto al momento delle elezioni, ci sono cattolici che votano ancora comunista, come quelli che votano lega, come quelli che votano PD e PDL e destra. Allora, qual’è la sostanza del contendere?
A me sembra che la polemica dei vari “illuminati” cattolici antiberlusconiani sia destinata a risolversi in un vuoto pneumatico senza ritorno. Poi, sinceramente, ma questi cosa propongono in termini di progetto politico per l’Italia e per l’Europa?
Finché si limitano ad argomentare contro qualcuno non avranno certo seguito a livello di massa. Dovrebbero sviluppare un ragionamento con delle strategie politiche, e queste mi sembra manchino totalmente nelle loro analisi. Da CulturaCattolica

mercoledì 14 agosto 2013

L'adultizzazione precoce. L'opinione della Psicoterapeuta dell'età evolutiva

Durante un noto Talent Baby televisivo una bimba erompe in un pianto implacabile dopo la sentenza di uno dei giurati in merito alla sua performance. Mentre la rete continua a raccogliere insulti, curiosamente osserviamo come il Bel Paese sia forse l’ultimo in Europa a denunciare il fenomeno dello stress da competizione dei minori. Il ministro della Solidarietà francese Roselyne Bachelot, avvalendosi di un’equipe di genitori e psicologi, ha preso in mano le redini della situazione proponendo come attività scolastica la sensibilizzazione al “Diritto all’infanzia”. L’allarme è arrivato anche d’oltremanica, dove il premier inglese Cameron si espone veementemente contro la sessualizzazione precoce, con il suo slogan: Let the Children be Children (lasciamo che i bambini siano bambini). L’incipiente surclassamento della bambola Barbie dal mercato a favore delle più recenti Bratz, iper femminili e provocanti, sembrerebbe suggerire che la figura dell’americana bambolina nerd sia troppo impegnativa davanti alla bambola dai labbroni e super ingioiellata, che sembra proporre alla bambina scorciatoie di maggior successo sociale. Forse la nostra è solo una delle ipotesi possibili ma sembra sempre più evidente che lo snodo capitale del fenomeno sia esclusivamente di carattere economico: accorciare al minimo canonico il lasso di età che distanzia la persona dall’essere bisognosa di tutto (come in età infantile) all’essere acquirente, desiderare, chiedere e soprattutto spendere. Il Portico cerca di dar luce alla questione con l’aiuto della Psicoterapeuta dell’età evolutiva Gloria Putzolu. Oltre lo spettacolo anche il mondo dello sport è intriso di spirito agonistico. Tanti bambini praticano uno sport e vivono serenamente lo spirito di gara. Dove risiede, dunque la differenza? È fondamentale analizzare il contesto sociale e culturale attorno al quale si sviluppa un certo interesse o un certo hobby; il ruolo della famiglia e in particolare dei care giver. Vivere lo sport in maniera agonistica di per sé non è negativo, lo sviluppo integrale del bambino infatti deve passare anche attraverso l’impegno nel raggiungere determinati traguardi, basta non viverli in maniera ossessiva, devono essere infatti accompagnati dall’accettazione dei propri limiti, dal sapersi confrontare con una sconfitta, con la conseguente sana frustrazione che ne deriva. Ciò dipende da come il genitore fa vivere tutto questo al proprio figlio, facendolo sentire accettato anche e soprattutto coi propri limiti. Cosa si nasconde dietro il fenomeno, ormai evidente, dell'adultizzazione precoce? Una delle spiegazioni, prima che in seno alla società, è da ricercarsi nella famiglia. Le ambizioni di alcuni genitori possono falsare la demarcazione tra realtà e finzione, tra oggettività e sogno, arrivando a vedere nei propri figli dei geni del pianoforte o degli atleti da massacrare di quotidiani, faticosi allenamenti. Tutto questo fa perdere all’attività i suoi obiettivi primari, cioè far divertire, condividere, socializzare, crescere in armonia. Questo toglie tempo al gioco puro e all’evasione, sacri diritti dell’infanzia. Perché l'abbattimento del limite temporale tra mamme e figlie? Come incide tale atteggiamento della genitrice sull'identità del bambino? Occorre stare attenti a non demonizzare tout court un rapporto che potrebbe essere semplicemente d’armonia tra madre e figlia, di confidenza”sana”, in una relazione che arricchisce entrambe, ciascuna nel proprio ruolo, con confini distinti. I confini, detti in gergo, “diffusi” creano i primi scricchiolii. Le madri non ancora svincolate dal proprio stato di figlie possono indurre una realtà relazionale per così dire “triangolata”, una dimensione disfunzionale, come accade in quelle famiglie che la letterature definisce”a transazione schizofrenica”, quelle in cui uno dei genitori si allea con i figli contro l’altro genitore. Gli insegnanti della scuola primaria si trovano spesso a fare i funamboli semantici per proporre un giudizio didattico che non leda la dignità del bambino ma gli stessi genitori non battono ciglio davanti al gravame psicologico cui il figlio è esposto in occasione di simili spettacoli. Che considerazioni sente di poter fare in proposito? Stiamo parlando di genitori che dimostrano di non conoscere i limiti del proprio bambino, la conseguenza è l’atto di caricare eccessivamente il figlio di aspettative che, se disattese, provocheranno frustrazione, con un ritiro (“non mi espongo così non sbaglio”) o, per contro, un “andare contro” per reazione al fallimento (“faccio come voglio io, non come vogliono i miei genitori”). Le due estremizzazioni possono portare a difficoltà più o meno vaste e continuative.






martedì 13 agosto 2013

André Comte-Sponville

CONTRO IL LOGORIO DEL LAICISMO MODERNO

A DAN BROWN "MA CI FACCI IL PIACERE"

ETERE O NON ETERE: IL TUBO CATTOLICO

inferno-dan-brownSpiace ammetterlo, ma è divertente. Soprattutto per chi è nato a Firenze e la conosce bene, ma anche per chi ha visitato la città da turista. Durante la lettura – il libro di cui stiamo parlando è l’ultimo thriller storico-esoterico di Dan Brown Inferno (nella traduzione italiana: Milano, Mondadori, 2013, pagine 522, euro 25) – capita di imbattersi in passi dalla comicità involontaria davvero irresistibile. Gli indigeni, i pronipoti di Dante degli anni Dieci del Duemila descritti dall’autore, sono strani personaggi dalle abitudini incomprensibili: mangiano olive al forno e lampredotto a colazione, invadono con nuvole di fumo misto a pungente aroma di caffè espresso gli ascensori e in ogni singolo ambiente chiuso, ospedali compresi – i sopralluoghi dell’autore in Italia si sono svolti evidentemente prima dell’entrata in vigore della legge Sirchia – e riempiono di statue di uomini nudi la piazza più importante della città. Il professor Robert Langdon – lo stesso de Il codice da VinciAngeli e demoniIl simbolo perduto – ne conta, sconcertato, almeno dieci: oltre alla copia del David di Michelangelo e al Biancone dell’Ammannati c’è persino una schiera di satiri accanto al Nettuno, in piazza della Signoria. Integralmente nudi, precisa con bizzarra pruderie.
Nota a margine per i non toscani: il lampredotto è uno dei quattro stomaci dei bovini, l’abomaso, che viene cotto a lungo con pomodoro, cipolla, prezzemolo, sedano e condito con salsa verde e olio piccante; un piatto povero tipico della cucina locale buonissimo ma inadatto ad accompagnare il cappuccino. Come le olive, del resto, più consone al Martini agitato, non mescolato di James Bond che a una colazione all’ombra del campanile di Giotto.
Sono davvero strani, dicevamo, questi fiorentini. Le autorità locali traggono in inganno i turisti con cartelli ambigui: la scritta «Porta del Paradiso» deve essere messa sulla Porta del Paradiso, ammonisce l’autore, non sull’inferriata di protezione, altrimenti i visitatori scambieranno il capolavoro dell’arte orafa famoso in tutto il mondo per un normale cancello come se ne trovano a migliaia in New England. Il Battistero è bellissimo, niente da eccepire, ma quanto a senso pratico, la popolazione locale non merita la sufficienza. Anche dai migliori, tra gli autoctoni, arrivano brutte sorprese, pure gli artisti più celebri commettono errori grossolani: Lorenzo Ghiberti è stato piuttosto bravo nel realizzare le formelle in bronzo dorato della porta, ma si è dimenticato un elemento essenziale come la maniglia.
Mentre si aggira fra dipinti e celebri statue, il nostro Robert descrive la città con la stessa quieta, rassicurante piattezza di una guida turistica tascabile. «La narrazione – chiosa perfidamente Monica Hesse, The Washington Post – sembra tratta da una guida Fodor’s, come quando Langdon si interrompe nel bel mezzo di una fuga, in un momento che potrebbe costargli la vita, per ricordare la storia di un ponte. È come cercare di risolvere un mistero mentre un’audioguida ti pende dalle orecchie: “Passate sopra questo corpo riverso e digitate 32 per conoscere i dettagli sulla scatola di velluto contenente la maschera mortuaria di Dante, nel Palazzo Vecchio”». Per ulteriori informazioni sugli orari del museo e i giorni di chiusura attendere il segnale acustico, grazie.
Il placido Robert si risveglia dal letargo e diventa improvvisamente sarcastico solo quando parla di temi che riguardano la Chiesa. Anche se l’azione si svolge a Firenze, continua a citare a ogni pie’ sospinto il Vaticano. La stessa Sienna Brooks, l’affascinante coprotagonista, non manca di notare la strana ossessione del suo compagno di avventure: siamo nel giardino di Boboli, che c’entra San Pietro? «Sienna non aveva idea di cosa c’entrasse il Vaticano con la loro situazione – si legge nell’edizione italiana a pagina 142, e il lettore non può che convenirne – ma Langdon prese ad annuire, continuando a guardare verso est e il retro del Palazzo». Miss Brooks, dotata di una buona dose di sensibilità oltre che di un abnorme quoziente di intelligenza, non approfondisce oltre. «Ad ogni poeta manca un canto», come si dice a Firenze, e Sienna è teneramente indulgente verso il suo Robert. Saggiamente il professor Langdon preferisce glissare sul tema quoziente di intelligenza e non far cenno al proprio, visto che nel corso della trama cade in ogni trappola possibile, dalle più banali alle più sofisticate, si fida sistematicamente delle persone sbagliate, controlla la mail dal primo portatile che gli capita a tiro fornendo le coordinate precise del suo nascondiglio ai suoi supertecnologici nemici («si può essere così stupidi?» si domanda a pagina 77 uno dei cattivi del libro, a capo del Consortium, una sorta di Spectre internazionale), cade nel più nero sconforto perché ha perso il suo amato orologio di Topolino, si perde in divagazioni erudite mentre un commando armato fino ai denti lo attende sotto casa, rischia l’attacco di panico perché non riesce a trovare una libreria aperta di lunedì – ma il giorno di riposo non era la domenica? Dove lo trovo un testo della Divina Commedia a Firenze? Ci sono i poster per turisti con il testo integrale, ma il carattere è troppo piccolo, tocca chiedere in prestito l’iPhone di una connazionale e sperare che accetti di pagare il costo dell’accesso a internet. Proviamo a fare un salto nella Chiesa di Dante, Santa Margherita de’ Cerchi, forse qualche citazione sui depliant per turisti, accanto alla (peraltro finta) lapide di Beatrice Portinari, riesco a rimediarla (sintesi libera ma realistica del testo).
Tornano in mente le parole della quarta di copertina: «È normale che a Firenze Robert Langdon sia di casa, che il David e piazza della Signoria, il giardino di Boboli e Palazzo Vecchio siano per lui uno sfondo familiare, una costellazione culturale e affettiva ben diversa dal palcoscenico turistico percorso in tutti i sensi di marcia da legioni di visitatori». Un’excusatio non petita che era meglio evitare. Ha uno strano modo di esternare il suo amore per l’arte, il professore di simbologia famoso in tutto il mondo: usa la fonte battesimale del “bel San Giovanni” come un lavandino, smacchia la maschera funebre di Dante con uno strofinaccio, danneggia in modo irreparabile L’Apoteosi di Cosimo i del suo amato Giorgio Vasari saltando incautamente da una trave all’altra – con killer al seguito ovviamente – nel controsoffitto del Salone dei Cinquecento. Ma forse è colpa dell’amnesia retrograda – vera o presunta? Naturale o indotta con dosi da cavalli di benzodiazepine? Non sveliamo di più – che rallenta provvisoriamente le prodigiose facoltà cognitive del professore, l’espediente narrativo su cui si regge praticamente tutta la complessa intelaiatura della trama. «Le parti iniziali di Inferno – scrive Janet Maslin su The New York Times – si avvicinano così tanto a un’auto-parodia che il signor Brown sembra aver perso se stesso come Langdon, che inizia il libro in un letto di ospedale». I cattivi, invece sono dotati di super poteri e facoltà visive eccezionali: il genio della biologia svizzero Bertrand Zobrist, leader del movimento Transumanista, riesce a guardare negli occhi per un ultimo struggente congedo dalla vita il suo amato bene – che lo aspetta in strada, vicino al Bargello – dal campanile della Badia fiorentina, a settanta metri da terra. Senza binocolo, naturalmente.
Ma Firenze non è l’unica location del libro. Il rapido precipitare degli eventi — una rocambolesca caccia al tesoro, che, per quanto scombinata e ribaltata da colpi di scena poco credibili e troppo frequenti riesce comunque ad agganciare l’attenzione del lettore – porta Robert e Sienna a bordo di un treno diretto al nord. La città cambia ma l’ipersensibilità olfattiva continua, accompagnata da altre incongruenze gastronomiche: Langdon si accorge di essere a Venezia grazie all’inequivocabile profumo di seppie al nero che aleggia costantemente sui canali, più forte della salsedine e dell’odore di nafta dei vaporetti. Chissà quale sito in stile tripadvisor avrà dato origine a un copia-incolla così surreale. Ma la vera domanda è: possibile che passi simili abbiano superato il filtro di un plotone di editor e il senso critico dell’équipe di traduttori disposti a lasciarsi chiudere in un bunker per mantenere il segreto sul testo fino all’ultimo minuto? Misteri dei best-seller contemporanei.
Gli errori storici non mancano e c’è chi si è già preso la briga di elencarli tutti, ma in fondo i thriller di Dan Brown sono una lettura da spiaggia senza pretese, e in questo caso la Commedia di Dante è solo un pretesto narrativo, una scenografia dipinta a tinte forti per facilitare il lavoro agli sceneggiatori che porteranno ben presto Inferno sul grande schermo.
Quello che produce un leggero fastidio sono le prediche eugenetiche contenute in un libro che simpatizza apertamente con il cattivo, uno scienziato pazzo che ha perso il lume dell’intelletto perché incompreso dalle ottuse menti oscurantiste dei contemporanei. Uno psicopatico pericoloso che però, in realtà – secondo la quasi totalità dei personaggi, e quindi anche secondo l’autore – ha ragione.
I transumanisti di Bertrand Zobrist sono l’ennesimo travestimento del “super uomo” di Nietzsche, unito in un cocktail letale per il lettore a deliri malthusiani sui pericoli della sovrappopolazione, ampiamente confutati già dalla fine del Settecento ma citati come scientificamente attendibili. «Il fine giustifica i mezzi» spiega l’autore, attribuendo ovviamente la frase a Machiavelli anche se nei testi dello scrittore toscano non c’è, come si può comodamente leggere su Wikipedia; quel che è certo è che l’umanità, secondo quella ristretta élite che si sente autorizzata dalla propria presunta superiorità a decidere per il bene di tutti, deve essere drasticamente sfoltita, epurata, selezionata. Le guerre in corso non bastano, servirebbe una bella epidemia globale. Peccato che la peste nera sia un ricordo del passato (o forse no, se la tecnologia lo consente). Tutto si fonda sulla convinzione che l’uomo è un essere “sbagliato” da riprogrammare; il fatto che gradisca o meno di essere riprogrammato è un dettaglio irrilevante. Viene ribadito più volte, nel corso del libro, il disprezzo per il gregge umano che non accetta di essere migliorato, e per quelle masse ottuse che si ostinano inesplicabilmente ad amare la vita, a fidarsi di quello che vedono e vivono tutti i giorni piuttosto che dar credito a schemi matematici astratti, basati su presupposti sbagliati e più volte smentiti dalla storia. Una propaganda, questa sì, davvero virale e tossica, che suona grottesca e fuori tempo massimo nel lungo inverno demografico che ha colpito buona parte dell’Europa e del mondo.
Attraverso il personaggio del Rettore – un cattivo un po’ meno cattivo degli altri – l’autore sembra quasi descrivere, consapevolmente o meno, se stesso. «Io mi guadagno da vivere con l’inganno. Io fornisco disinformazione» dice il capo del Consortium mentre veleggia al largo dell’Italia a bordo dello yacht Mendacium (nomen omen) preoccupato dalla punizione karmica che si abbatte su chi frequenta troppo spesso la mistificazione. «Il Rettore non era certo l’unico al mondo a fabbricare menzogne (…) Che si trattasse di sostenere un mercato azionario, giustificare una guerra, vincere un’elezione o stanare dei terroristi, i mercanti di potere si affidavano a programmi di disinformazione di massa per plasmare l’opinione pubblica. Era sempre stato così».
Qualche battuta davvero spiritosa c’è nelle 522 pagine del libro, come l’allegro cinismo dell’editor americano Jonas Faukman, un personaggio che purtroppo fa un’apparizione fugace: «Non abbiamo a disposizione jet privati per gli autori di tomi sulla storia delle religioni – spiega Faukman rispondendo alla richiesta di aiuto di Langdon che lo ha tirato giù dal letto alle quattro di mattina, incurante dei fusi orari – Se hai intenzione di scrivere Cinquanta sfumature di iconografia ne possiamo parlare».


Leggi di Più: DA  L'Osservatore Romano fa a pezzi Inferno di Dan Brown 

lunedì 12 agosto 2013

Personaggio del mese: Anthony Muroni. Come ai tempi d'oro del giornalismo sardo.

La nostra classe dirigente è una sprovveduta Teti, che nell’immergere l’Italia nello Stige del progresso, ha trascurato più di un particolare. Ma se Achille doveva badare al suo solo tallone qui mala tempora currunt per uno stivale intero. Come da storica memoria è facile ricordare che nei momenti di crisi prostrante il popolo risponde con vivacità e ardimento intellettuale, così come avvenne durante il “Fausto cinquantennio” dell’Ottocento sardo. Così la penna onniveggente del celebre storico Raimondo Bonu denominò quel periodo intercorso tra gli anni Venti e Settanta del XIX secolo, in onore della migliore gioventù sarda che nell’ appassionata palestra della stampa dava voce e spazio all’ indimenticabile epopea del Risorgimento sardo. Il giornalismo e l’attività letteraria dell’Ottocento sardo lasciano progressivamente spazio ad una certa soporosa letargia culturale che dopo i rigori del regime fascista si avvia ad accomodarsi, eccetto validi esempi, sugli allori del benessere economico appena conquistato. Tuttavia, per quei pochi ma validi esempi di cui si diceva, vale ancora la pena acquistare libri e quotidiani in Sardegna. Con stile garbato, ma non ossequiente, Anthony Muroni, Direttore de “L’Unione Sarda”, libero d’animo e di penna,  fa venire in mente i tempi d’oro del giornalismo sardo, quello del quotidiano da battaglia politica, quello, per intendersi, che al giornalista pretendeva non solo di vergare con eleganza ma di spostare l’opinione pubblica con l’autorevolezza dell’umanista policulturale. Competenza tecnica, profondità critica, chiarezza e linearità espositiva si riflettono sullo scritto e sulla conduzione, contribuendo a definire l’inconfondibile stile “muroniano” che non manca di intarsiare la cronaca con soventi richiami alla storia patria, pronto ad un tempo a dare spazio alla narrazione delle tendenze della società e della cultura mondana. Reduce dal successo televisivo di “Dentro la notizia”, col suo caratteristico melting pot politico e culturale, sentiamo l’infaticabile intellettuale per parlare con lui de “Il sangue della festa” (Ethos Edizioni, 150 pagine,  ultima fatica letteraria, antecedente alle tre opere biografiche uscite in rapida successione in questi mesi) un suggestivo noir che si rinnova di continuo anche per la destrezza con cui l’autore ha saputo intrecciare i fili con  varietà di toni espressi dal piglio risoluto di una prosa sobria e succosa che non è forzata contemplazione lirica della Sardegna.
Il suo libro ha due anime, due caratteri  autonomi che si evincono già da un titolo in lingua italiana e sottotitolo in lingua sarda (Mortu in die nodida). La Sardegna di Giaime, trasferitosi per lavoro a Cividale, non è la Sardegna ammirata dal turista ma neanche la Sardegna delle fiaschette ad armacollo, delle cassa panche e dell’astore padrone della bonaccia e della tempesta. Qual è dunque la Sardegna di Giaime? E’ quella della mia prima giovinezza, trascorsa in Planaria. Quella della saggezza popolare, del paese che si fa famiglia allargata. Ma anche la Sardegna di oggi, con le sue difficoltà e le sue contraddizioni. La responsabilità del suo ruolo all’interno del quotidiano limita in qualche modo i suoi margini di manovra narrativa? Le due attività sono assolutamente scisse. Io mi sento libero quando faccio il giornalista e ancora di più quando mi diverto a scrivere. Il vantaggio è proprio quello di non essere un vero scrittore. Mi posso avvicinare al libro con la leggerezza dell’ hobbysta che cerca un po’ di evasione al suo quotidiano. La copertina del suo libro nasce da un simpatico concorso su Face Book. Che opinione ha dei social network da un punto di vista informativo? La mia presenza sul social network è caratterizzata proprio da un continuo scambio con i miei contatti. Mi confronto con loro non solo sulle questioni letterarie, che sono appunto un hobby, ma anche sul mio lavoro nel quotidiano più diffuso nell’Isola e nella televisione che ogni giorno tiene compagnia a quasi la metà dei sardi. Lei è molto giovane ma ha alle spalle diversi premi letterari tra cui la menzione speciale al prestigioso Premio Alziator. Se l’oro sale e scende come la fama degli uomini ai giornalisti di razza spetta una medaglia che non sia di metallo, che riconoscimenti merita oggi una pagina di valore? Non sono uno che bada a queste cose e non lo dico per falsa modestia. L’essere eccessivamente modesti non è infatti una virtù. Ma credo che i premi lascino il tempo che trovano. Il premio più bello, mi creda, è quello del confronto con i lettori: un complimento, così come una critica costruttiva, sono il più bel regalo per un giornalista professionista e uno scrittore dilettante, quale io sono. 

Ilaria Muggianu Scano

Vincenzo Porru da Villanovafranca, lettura prediletta del Manzoni

Una figura inabissata tra le polveri archivistiche merita di essere annoverata tra i discorsi inerenti le questioni dell’apprendimento didattico de Sa Limba Sarda. Inspiegabilmente, poco si conosce del filologo Vincenzo Porru.
L’uomo di lettere nasce 240 anni fa a Villanovafranca, nella provincia cagliaritana. Dapprima teologo, Vincenzo Porru, coltivò anche gli studi letterari con un unico, grande obiettivo: dare dignità letteraria alla lingua della Sardegna meridionale, il Campidanese.
La notorietà del Porru non era circoscritta all’ambito regionale tanto che il suo “Nou Ditzionariu Universali Sardu – Italianu” sarà uno degli ultimi libri letti da Alessandro Manzoni ed è ancora custodito sullo scrittoio dell’autore dei Promessi Sposi. Vincenzo Porru cercò le parentele della lingua Sarda con quelle Greca e Latina. Ritenne da subito la lingua Sarda uno strumento valido per affrontare la realtà moderna. Nonostante il sardo venisse progressivamente soppiantato dall’uso ufficiale della lingua Italiana, il Porru rimane tenacemente radicato all’idea che se una lingua, così come il Sardo, riusciva a veicolare i sentimenti dell’anima, i concetti filosofici e i messaggi tecnico scientifici, allora era un completo strumento di comunicazione.

Il Porru era noto per il suo genio educativo. Osservato che i suoi allievi avessero grosse difficoltà nel tradurre dal latino all’italiano, e viceversa, intuì che alla base vi era un serio problema di comprensione della stessa sintassi italiana. Il Porrù ideò il sistema di previo apprendimento dell’italiano dal sardo e del latino dall’italiano. Sistema che più tardi veniva adottato anche in ambito nazionale in riferimento alle rispettive parlate regionali. Il filologo concepiva la lingua sarda campi danese come una parlata moderna, dinamica e aperta alle evoluzioni necessarie. Ogni critico letterario coevo lo tenne in grande considerazione, sia a livello nazionale che europeo, probabilmente anche grazie al richiamo che ebbe il sincero interesse di Alessandro Manzoni per “Su nou Ditzionariu Universali”, raffinato culmine degli studi letterari di Vincenzo Porru.